Quel gran vuoto all'improvviso

La voragine del 9 dicembre 1950

Dopo nove giorni di ansie, pericoli e congetture arriva il Gruppo Speleologico Comasco per un sopraluogo ma ancor più per un'esplorazione della dolina e del vicino sottosuolo per determinarne le cause del franamento e dei possibili rimedi, e iniziative atte a eliminare altri rischi.
ORE 9.30 - Il gruppo, al comando di Salvatore Dell'Oca, direttore della Rassegna Speleologica, con Argeo Carcano, Elia Aquilini e Emilio Molteni giunge sul posto. In precedenza il sindaco Melchiorre Villa aveva provveduto a far trasportare da Como il materiale occorrente per le esplorazioni di pozzi e caverne (scale, funi metalliche, corde, ramponi, lampade da minatori).
Senza perdere tempo la squadra indossa gli abiti, diciamo così di lavoro, consistenti in scarponi pesanti, calze di lana, maglione e tuta. In testa un elmetto, il tutto per un abbigliamento leggerissimo nonostante i rigori del tempo: nella voragine avrebbero trovato 17 gradi e forse più. Accompagnati dagli ingegneri Pedrazzini del Genio civile di Milano e Antonietti del Comune gli speleologi decidono di controllare tutti i pozzi esistenti nelle vicinanze per riscontrare se, alle volte, vi fossero delle posssibili comunicazioni tra il fondo di questi e il pozzo sprofondato. Gli anziani del paese avevano più volte affermato che il pozzo crollato era in comunicazione con gli altri due attraverso grandi caverne e cunicoli alla profondità di circa 20 metri.
Tali affermazioni Dell'Oca le fa sue e decide di intraprendere la discesa per tentare di arrivare alla dolina attraverso questi passaggi; si tratta di prendere il nemico alle spalle anziche frontalmente per i continui franamenti e cedimenti della voragine. Il pozzo verso Monza viene esplorato con esito negativo, Molteni riferisce di aver trovato un'otturazione alla profondità di 10 metri, nessuna traccia di quanto si cercava.
Nel frattemo alcuni muratori dell'Impresa Grassi provvedono alla scoperchiatura del terzo pozzo; difficile e lunga operazione in quanto la soletta di cemento armato ha uno spessore di 50 centimetri con armatura in ferro per garantire un tranquillo transito alla viabilità.
ORE 11 - Nonostante la buona volontà dei muratori, l'operazione non soltanto non è ultimata ma occorrono ancora un paio d'ore per essere portata a termine. Dell'Oca, in attesa di tale approntamento, decide di affrontare la visita alla voragine, che allo stato attuale ha alla superficie un diametro irregolare  di circa 15 metri e una profondità massima di 12. Il franamento ora lieve e ora più forte è continuato fino a sabato sera fermandosi alle prime ore di oggi. A queste fortunose interruzioni dobbiamo se il gruppo può con una relativa sicurezza affrontare la dolina ed esplorare il vicino sottosuolo.
Sul fondo si presentano due piccoli fori che servivano per lo scolo delle acque. Dell'Oca ne approfitta come cunicoli d'entrata per l'esplorazione. Vengono calate scale e attrezzi, gli speleologi legati e trattenuti con funi scendono sul fondo, deviano l'acqua del foro che intendono esplorare e quando tutto è pronto Dell'Oca a carponi vi si introduce. Tutti i presenti trattengono il respiro, basta che ceda un poco di terra per provocare una disgrazia.
ORE 11.25 - Passano tre minuti - un tempo che sembra non terminare mai - e Dell'Oca riappare. Infangato dalla testa ai piedi. Guardiamo l'uomo e poi il piccolo buco e la parete di terra friabile alta 12 metri. Un unico pensiero accomuna i presenti: e se crollava?  Lui sorride tranquillo e descrive quanto ha visto: nella cavità c'è fango profondo 50 centimetri per una lunghezza di un metro e trenta; più avanti per tre, quattro metri altro fango. Oltre non ha potuto continuare in quanto la volta è bassissima e il fango profondo.
Ora è la volta di Carcano. Nuova tensione, trepidazione. Anche lui è calmo, impassibile Quando torna in superficie, irriconoscibile per il fango che lo riveste, conferma la situazione.
Dell'Oca ritorna in basso con bussola e strumenti di misura per determinare la direzione riscontrata: sud-ovest e nord, nord-ovest. Ma la piccola caverna non consente altro avanzamento, è chiusa. Una breve consultazione "a quattro" e si decide di esplorare la seconda apertura.
Si preparano, Carcano entra carponi. Passano alcuni minuti, l'ansia attanaglia i presenti. Con sollievo di tutti lo speleologo riemerge più sporco di prima e relaziona: c'è una caverna lunga circa 3,50 metri con fondo fangoso che scende lentamente verso la prima caverna esplorata. Un collegamento ci deve essere ma non è visibile. A questo punto uno dopo l'altro entrano tutti. Considerazione unanime, allo stato attuale altre possibilità di esplorazione non esistono. Il loro lavoro nella voragine è concluso.
ORE 12.37 - Aquilini, fra lo stupore generale, prende un idrante e inonda d'acqua i colleghi per togliere il fango dagli indumenti. Questi, indifferenti al freddo, si lasciano bagnare e pulire tranquillamente, né poi si curano di asciugarsi. Nel frattempo l'operazione per aprire il passaggio alla superficie del terzo pozzo è ultimato. Viene calata la scala, trattenuta alla sommità da una trave.
ORE 13.35 - Carcano si fa calare nel pozzo. Poco dopo dal fondo grida di aver trovato una grande caverna. 
ORE 13.42 - Dell'Oca scende con gli strumenti per i rilievi. Anche Aquilini raggiunge i colleghi e sul fondo, alla luce delle lampade, scorge un cumulo di detriti. Ora tocca a Molteni.
ORE 14.05 - Viene chiesta la corda per la risalita, per ultimo arriva Dell'Oca. Le prime informazioni: con la chiarezza che lo distingue Dell'Oca riferisce di aver trovato una caverna di 20 metri di diametro, alta dai 2 ai 4 metri. Sulla circonferenza ci sono alcuni cunicoli ma chiusi; forse sono i medesimi riscontrati aperti 50 anni fa da alcuni ardimentosi calatisi nel fondo per il recupero delle secchie cadute. Sul soffitto sono state trovate e portate in superficie stalammiti dai 10 ai 15 centimetri. La tanto attesa comunicazioni tra i due pozzi, data per certa dai nostri vecchi, ora non c'è più. Sarà realmente esistita? 
Dell'Oca dubita di tali affermazioni, in quanto fatte senza alcun rilievo ne supportate da apparecchiature per orientamento e misure. Pone però in perfetto parallelo i due fenomeni: i pozzi hanno le medesime caratteristiche, canne del pozzo al centro, caverne alla profondità di 20 metri sul fondo, uguale diametro e altezza.
PRECEDENTI  E CONFRONTI - Nel 1874 a Concorezzo il pozzo in piazza Sant'Antonio è crollato. Nel 1923 altro franamento in via Libertà vicino alla piazza: la voragine venne allora riempita di terra e tutto finì li. Al contrario il crollo e il cedimento di questi giorni danno maggiori preoccupazioni. Primo: è crollato l'intero pozzo del diametro di 1.80 mt, alla cui sommità c'era l'edicola con la statua di S. Teresa. Secondo: crollato il terreno per un diametro di circa 5 mt. Terzo: alle 16.30 di sabato 9 è crollata una vasta zona di ortaglia nella proprietà di Paolo Brambilla. Una pianta di sette metri e più è stata inghiottita tra lo spavento dei presenti e interamente ricoperta di terra. Alla profonfità odierna non c'è nè alcuna traccia; la dolina presenta alla superficie il diametro di 14, 15 metri e profondità di 12 e più.
PROVVEDIMENTI - Dell'Oca suggerisce alle autorità competenti di riempire lentamente la dolina con terra frammista ad acqua in modo da formare del fango quasi liquido per facilitare l'entrata in ogni cavità. Col tempo l'acqua sarà assorbita e la terra vi rimarrà colmando così ogni vuoto sotterraneo.
ORE 15 - L'esplorazione degli speleologi è terminata e finalmente possono sedere a tavola.



Corriere d'Informazione
del 18 dicembre 1950





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